venerdì 2 giugno 2017

M. Butterfly (1993): Un bel dì vedremo, levarsi un fil di fumo...


Da uno che è stato definito come “Il re dell’Horror venereo”, o “Il barone del sangue”, non ti aspetteresti mai una rilettura di una delle più celebri opere di Giacomo Puccini, ma è proprio questo uno dei tanti talenti del protagonista della rubrica… Il mio secondo Canadese preferito!



Se già con Inseparabili e Il pasto nudo, Davide Birra ha allargato i confini del suo cinema inaugurando un'ideale seconda parte di carriera, make-up ed effetti visivi vengono totalmente per “M. Butterfly” un definitivo salto nel vuoto, ma un salto controllato, fatto da un regista che l’ho detto, lo ripeto e lo farò fino allo sfinimento: nel corso di tutta la sua lunga carriera ha sempre sfoggiato una continuità tematica soffocante.

In “M. Butterfly” ritroviamo tutti i principali temi Cronenberghiani, con una spiccata predilezione per il melodramma che, comunque, ha sempre fatto parte del cinema del mio secondo Canadese preferito, da Rabid, passando per La zona morta, fino ad essere enfatizzato in La Mosca che nel suo essere un drammone con tre attori e un paio di location (tutte d’interni) assomigliava parecchio ad una pièce teatrale, quindi perché non adattare per il cinema proprio il lavoro del drammaturgo David Henry Hwang che mescola Puccini e un fatto di cronaca reale?

Nel 1964 il contabile dell’ambasciata francese in Cina Bernard Boursicot, instaura una relazione con l’insegnante di cinese e cantante dell’opera di Pechino Shi Pei Pu, dopo una storia durata fino al 1986, entrambi vengono condannati per spionaggio, il guacamole viene dal fatto che essere una spia era il secondo grande segreto di Shi Pei Pu. David Henry Hwang parte da qui, elabora la critica al Colonialismo presente nella "Madama Butterfly" di Giacomo Puccini e sforna un'opera che viene replicata a Broadway per due anni di fila con grande successo di pubblico, nel ruolo del protagonista anche un paio di fenomeni di cui potreste conoscere il nome, Anthony Hopkins e John Lithgow, scusate se è poco.

Geremia nel ruolo, è in compagnia di un paio di talenti mica da ridere.
Quando il produttore David Geffen mette le mani sui diritti di sfruttamento cinematografico, approccia tutti i registi adatti ad una trama del genere, tipo Peter Weir che, però, rifiuta (storia vera), mai si sarebbe aspettato di trovarsi alla porta uno famoso per horror viscerali e film di fantascienza grondanti sangue come Cronenberg, ma il Canadese seduto in poltrona, si è innamorato della storia vedendola sul palco come René Gallimard fa con Song Liling nel film.

Trovo clamoroso come a volte gli astri si allineino e certe tipologie di storie molto simili, trovino il modo di venire alla luce tutte insieme senza apparenti legami, nel 1993 "Addio, mia concubina" di Chen Kaige trionfa prima a Cannes e poi alla notte degli Oscar, anche grazie ad una messa in scena sfarzosa e ancora non si sono spenti gli echi del successo di "La moglie del soldato" di Neil Jordan (1992). Ora, siccome non voglio fare come Caparezza quando cantava “Kevin Spacey”, sappiate che da qui in poi rischio di rovinarvi la visione di tre film con un colpo solo, do per scontato che conosciate temi e colpi di scena di questo film, ma nel dubbio, da qui in poi SPOILER!

...Poi il titolo di testa bianco entra nel film, romba il suo saluto...
“M. Butterfly” non ha lo sfarzo del film di Chen Kaige e se ne frega di essere basato sul colpo di scena di quello di Jordan, è proprio un film che ha intenti diversi, ma che va sotto bevendo dall’idrante contro questi due al botteghino, incassa una scodella di riso e i critici, con meno volontà di guardare in faccia i fatti di René Gallimard, danno già per spacciato Cronenberg per questo scivolone.

Sbagliato! Perché la forma sarà anche diversa ed è chiaro fin dai (bellissimi!) titoli di testa del film che volano sulle note del solito grande Howard Shore, ma la sostanza non cambia: “M. Butterfly” è la nuova evoluzione di quel virus che è il cinema Cronenberghiano. Ogni volta che vado a rivedermelo ritrovo un film sempre più bello, ho la sensazione che con gli anni potrebbe scalare ancora la classifica dei miei titoli preferiti del Canadese guadagnando ulteriori posizioni.


Anche la fissa per i motori di Davide trova spazio nel film.
Anche i cagnacci ignoranti che mangiano la pizza tagliata a fette con i gomiti sul tavolo come me conoscono la "Madama Butterfly" di Giacomo Puccini (era la sigla di “Mai dire Banzai” oh!), non la conosce René Gallimard (Jeremy Irons al secondo film con Cronenberg) contabile nell’ambasciata francese a Pechino che perde la testa per la cantante d’opera Song Liling (John Lone totalmente impeccabile), che lo aggiorna velocemente sulla trama dell’opera odiatissima dai Cinesi non solo perché giapponese nell’animo, ma di fatto una fantasia di supremazia occidentali, in cui la geisha Chocho-San, viene presa in sposa, sedotta ed abbandonata da Pinkerton, ufficiale della marina americana sbarcato a Nagasaki per un breve periodo. Lo yankee invasore torna in Giappone solo per riprendersi il figlio nato dal matrimonio rinnegato, il sogno d’amore della “Madama Butterfly” s'infrange sugli scogli della realtà e la donna si uccide, così vi ho rovinato anche l’opera di Puccini, sono PEGGIO di Caparezza!

Il primo ribaltamento dell’opera di Puccini lo fa la stessa Song Liling nel film che descrive, appunto, la “Madama Butterfly” come una fantasia colonialista occidentale, per il semplice fatto che nessuno crederebbe alla storia di una bella ragazza Pom Pom americana, disperarsi d’amore per un piccolo burocrate giapponese, ma Cronenberg fa di più, come in una mossa di Judo ribalta ulteriormente l’assunto, qui un Francese (che sono i veri Americani del mondo!) come René si lascia illudere dal suo sogno d’amore per la donna perfetta, la sua Butterfly come la chiama lui, Song Liling che per di più non è nemmeno una donna, ma il riflesso di essa, perché come dice la stessa Song come nell’opera cinese: gli uomini interpretano i ruoli femminili perché “Solo un uomo sa come si comporterebbe una donna”.

Sono bandite le battutacce tipo "Memoria di una Gaysha" ok?
Ma David Cronenberg non è Neil Jordan (massimissimo rispetto) che vuol stupire il pubblico con un colpo di scena che faccia parlare del suo film, quello di Cronenberg è un inganno dichiarato, anzi meglio: una vera è propria dichiarazione di intenti. Per volontà del regista il nome di John Lone compare dritto sparato sulla locandina del film accanto a quello di Geremia Ferroso e malgrado questa trovata sia stata imputata come una delle cause dell’insuccesso commerciale del film, l’idea di Croneberg è ancora una volta estremamente coerente: usare il cinema per mostrare quello che non può essere mostrato e farci dubitare di quello che vediamo, a differenza di quello che fa Gallimard che abdica la realtà per continuare a crogiolarsi nell’amore della donna perfetta, una meravigliosa illusione, la sua Butterfly.

Per essere ancora più chiari, anche il titolo del film è una dichiarazione d'intenti, “M. Butterfly” ricorda ovviamente Puccini che è la base solida della storia, ma quella “M” puntata per cosa sta? “Male Butterfly”? Oppure, il punto serve a nascondere il resto della parola come Gallimard nasconde a se stesso la più ovvia delle verità?

I'm an Englishman Frenchman in New York Beijing.
Nel ribaltamento dell’opera di Puccini, Cronenberg non può che tornare ad occuparsi indirettamente (ma in maniera chiara e senza mandarle a dire) di politica come fatto ne La zona morta, “M. Butterfly” funziona alla grande come metafora dei rapporti di potere, su come la politica sia un inganno, un gioco della parti che somiglia al corteggiamento tra amanti, in cui i ruoli sono chiari ma spesso invertiti, c’è sempre una parte dominante e una dominata, ma non sempre chi sta sopra ha davvero il controllo della situazione, passatami la brutta allusione che sembra scappata dal Kamasutra.

Renè al pari di tanti altri personaggi Cronenberghiani, prima d'iniziare un'inesorabile e (melo)drammatica caduta, raggiunge l’apice del suo delirio di onnipotenza diventando spavaldo e arrogante (come Seth Brundle o Max Renn), la sua relazione con Song Liling gli dà un'illusione di superiorità che il Francese sfoggia anche inanellando una clamorosa serie di analisi politiche totalmente errate, promosso a ruolo di vice-console, convince tutti che l’imminente attacco americano in Vietnam si risolverà in breve tempo, la sua relazione illusoria lo porta a credere che l’Oriente, come una geisha obbediente e remissiva, non attenda altro che farsi dominare dal grande e forte Occidente, (“Quei piccoli ometti ci ammirano, si sottometteranno sempre”), il progressivo e testardo rifiuto di guardare in faccia la realtà ha effetto anche sulla capacità di giudizio dell’uomo, perché come sempre nei film di Cronenberg, la mutazione (qui non più esteriore, ma totalmente interiore) dei personaggi passa anche attraverso il sesso e il risultato è una feroce critica al Colonialismo occidentale.

"Fammi invadere la tua Kamchatka" , "No, la Kamchatka no!".
Non mancano certo i momenti in cui Song Liling fornisce indizi al suo amato circa la sua vera identità (ad esempio, il dialogo durante la bucolica scena della Muraglia Cinese), ma René Gallimard pur di continuare ad amare la sua donna perfetta preferisce cullarsi nella sua illusione ed è chiaro anche dal rapporto che l’uomo ha con le altre donne del film (donne senza cromosoma Y intendo) come sua moglie, o la tizia tedesca che con lui ci prova apertamente (anzi ci riesce!).

"Tutta questa strada e ti ricordi adesso che hai dimenticato i panini?".
Quando Jeanne Gallimard (Barbara Sukowa) accenna un'aria presa dalla “Madama Butterfly”, Renè è annoiato, quasi infastidito che qualcuna non al livello della sua Butterfly canti quella canzone, mentre alla biondona tedesca vedendola nuda dice: “Sei esattamente come ti immaginavo senza vestiti", come se il vedere la realtà sia molto più deludente dell’illusione in cui il protagonista sceglie di vivere che non è altro che il tema principale di Videodrome riproposto ancora una volta, dimostrazione che la nuova carne ora è cresciuta, passando ad un livello successivo, interiore, quindi ancora più drammatico.

Davide Birra utilizza una regia in perfetta armonia con l’atmosfera classicheggiante dell’opera di Puccini, pochi movimenti di camera e tanti interni, quasi come se fossero fondali teatrali, ma in più di un momento utilizza le immagini per comunicare allo spettatore, come se fosse la voce dell’inconscio di Gallimard, ad esempio, la scelta di illuminare il volto di Jeremy Irons mentre incantato vede per la prima volta la sua Butterfly sul palco, è sicuramente una soluzione ultra classica, ma anche un ottimo modo per sottolineare come il personaggio non si stia innamorando semplicemente di una donna, ma della sua interpretazione sul palco, del ruolo che ricopre nella messa in scena.

Resa visiva classica ed efficacissima.
Ancora più significativa la scena successiva, quando René va nei camerini a complimentarsi con Song Liling per la sua interpretazione, tra di loro c’è soltanto una sottile tenda, per altro anche piuttosto trasparente, consistente più o meno quanto l’illusione dietro cui il protagonista sceglie di barricarsi.

Come sempre nei film di Cronenberg, la rivoluzione interiore dei personaggi passa attraverso il sesso, i personaggi si uniscono non attraverso le capsule di teletrasporto o complicate operazioni chirurgiche, ma uniscono i loro corpi proprio facendo sesso, mai mostrato, però, sempre dietro quell’ideale velo, infatti René Gallimard sceglie volontariamente di rispettare la sacralità degli abiti della sua Butterfly, mentre Cronenberg diabolico con una carrello laterale si sposta dai protagonisti mostrandoci il loro letto intatto, un gioco delle parti sottolineato da tutte le frasi pronunciate da Song Liling, una in particolare che passa quasi inosservata, ma è rivelatrice quella prima della loro separazione "I giorni che ho passato con te sono gli unici in cui sono esistita".

"Hai da fumare?" (Cit.)
Esistita e amata come donna ideale, perché procedendo di metafora in metafora, la rivelazione finale avviene in un altro spazio ristretto, il retro del camion della polizia dopo il processo, dove Song Liling si spoglia e René Gallimard pur di continuare a negare, si chiude dietro le sbarre, la gabbia della sua illusione ed ora che ci penso anche la gabbia dei pappagalli de Il pasto nudo, il momento della rivelazione in cui il protagonista ammette anche a se stesso la verità: “Sono un uomo che ha amato una donna, creata da un uomo".

Il finale è l’apice del melodramma, il ribaltamento dell’opera di Puccini si completa con il drammatico harakiri, il grande uomo occidentale che realizza di aver amato la donna perfetta e che dopo questo non ha più senso vivere, Jeremy Irons nel corso di tutto il film è teatrale, volutamente immobile come il suo personaggio, una prova enorme, se dovessi scegliere solo una scena, la lacrima che riga il viso di Geremia mentre ascolta Puccini a teatro. Enorme, veramente enorme.

Il degno finale di questo intenso (melo)dramma.
Per quanto mi riguarda, “M. Butterfly” è stato incompreso ai tempi, dimenticato troppo presto e ancora più grave, considerato un'anomalia nella filmografia di un regista che delle anomalie ha fatto arte. Un grande film, ne sono certo, negli anni continuerà a piacermi sempre di più.


Prossima settimana, io faccio cinture di sicurezza per campare, ma non so se saranno sufficienti nemmeno quelle, ci vediamo sempre qui, tra sette giorni.

14 commenti:

  1. Questa rubrica sta raggiungendo livelli importanti: ormai ti meriti uno dei volumi del Castoro Cinema, fatto tutto di C. Castoro Cinema Con Cassidy, Cronenberg e Carpenter :-D
    Scherzi a parte, questo è davvero un grande film che i critici non si meritano. Ricordo che rimasi folgorato dal trailer e sono abbastanza sicuro di averlo visto al cinema (purtroppo la memoria non mi aiuta). Di sicuro conservo ancora la VHS originale che comprai appena uscita, per rivedere e rivedere un film splendido in ogni fotogramma.
    Sono un grande appassionato anche di "Addio mia concubina", perché entrambi i film analizzano un tema enorme: il rapporto della realtà con la fiction. Nel film cinese a forza di interpretare un personaggio il protagonista ci si immedesima, e nel film di Cronenberg a forza di amare un personaggio ci si dimentica che è appunto solo un personaggio. Ed è solo uno dei mille strati dei due film!
    Sottolineo alla grande la lacrima di Jeremy: solo un genio come Cronenberg poteva creare una scena potentissima, in cui l'emozione dell'intero film si scarica addosso a te... con protagonista un attore truccato in modo ridicolo! Qualsiasi altro regista avrebbe fallito, ma David Birra no...
    Felice di sapere delle cinture di sicurezza, ma visto che credo di immaginare quale film sta per arrivare... meglio che vada a rinnovare la mia RCA :-D

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  2. Ti ringrazio moltissimo! Tra questo e il prossimo film ho dovuto accendere la pipa (con le bolle) perché sono titoli pieni di letture di secondo livello, il Castorto Carpentercassidycronenberghiano è una bestia uscita dalle telecapsole del Canadese (sempre con la C) ;-)
    "Addio mio concubina"è un altro gran titolo, dici bene, entrambi i film ci chiedono di mettere in discussione il nostro rapporto con la fiction. Geremia Ferroso è un grande, dovrebbe solo recitare in drammoni come questo, perché ha una capacità di dare spessore ai personaggi con davvero pochissimo. Prossima settimana, tra RCA e moduli CID ci sarà di che stare allegri ;-) Cheers!

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  3. Il "prossimo film" l'ho visto, ma questo no... L'ho saltato, anche se non so perché, visto che è un caso isolato. Tutti i film precedenti e i successivi fino a "A Dangerous Method" li ho visti.

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    1. Te lo consiglio caldamente, può sembrare strano per la media dei film di Cronenberg ma ogni volta che lo rivedo migliora. Ti mancano gli ultimissimi due per la precisione "Cosmopolis" e "Map of the stare" ;-) Cheers

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    2. In effetti mi mancano gli ultimissimi di molti registi. Ho recuperato giusto ieri "Cosmos" di Zulawsky, dietro "sollecito" di The Obsidian Mirror.

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    3. Quello manca anche a me, ecco ottima dritta ;-) Cheers!

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    4. Te lo consiglio anch'io caldamente: è un film splendido! ;-)

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    5. Siamo già in due, unisciti a noi uniscitiiiii a nooooooi ;-) Cheers

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    6. Ma non è che Lucius qui si sta riferendo a "Cosmos"...?

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    7. Facile, sono io che non prendo un canale in sti giorni (anche meno del solito!!) ;-) Cheers

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  4. Il "twist" di sto film (un capolavoro gigantesco, che te lo dico a fare) mi fu spoilerato all'epoca della sua uscita, prima ancora di conoscerne la trama.
    Il giorno dopo averlo visto al cinema, mia zia mi disse: "Ho visto sto film bellissimo: MISTER Butterfly".
    Io, ingenuo, le chiesi il perche' di "mister". Non gliel'ho mai perdonato.

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    1. Anche secondo me siamo in zona capolavoro, eh eh "Mister" é una lapidaria spiegazione a quella "M" puntata, per molto si toglie il saluto ai parenti a natale ;-) Cheers!

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    2. Forse ce l'ho ancora nelle mie raccolte in VHS, ma credo già il trailer italiano facesse ampiamente capire il "colpo di scena", perché - come dice giustamente Cassidy - non si punta mai sul colpo di scena. E poi bastava leggere il cast in locandina :-P
      All'epoca conoscevo molto bene John Chen perché era il ninja cattivo in "In trappola" con Christopher Lambert: diciamo che la totale inespressività lo rendeva creta perfetta nelle capaci mani di Cronenberg ^_^

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    3. Cronenberg ha questo talento di cavare sangue dalle rape, in carriera li ha fatti recitare tutti, solo una lo ha fatto sudare. Il buon John ha avuto una carriera fatta di titoli anche molto diversi tra loro, questa é la sua prova migliore ottenuta stravolgendosi completamente per altro ;-) Cheers

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