martedì 1 agosto 2017

The Handmaid's Tale - Stagione 1: Nolite te bastardes carborundorum


“L'uomo produce il male come l'ape il miele”.


Mi sono ritrovato a pensare spesso durante la visione della prima stagione di “The Handmaid's Tale” a questa citazione di William Golding, tratta dal quel capolavoro che è “Il signore delle mosche”. La società in cui è ambientata la storia è molto vicina alla mia idea di male assoluto, un (non tanto) coraggioso nuovo mondo sorto in risposta a quello attuale.

Trovo non ci sia nulla di più spaventoso della privazione della libertà personale, forse di peggio solo il sacrificio volontario di quella stessa libertà, in favore di valori imposti dal potente di turno, o magari ancora peggio, una volontaria rinuncia alla libertà diretta conseguenza della paura, del terrorismo, del diverso, un po’ come il famigerato e spesso citato sermone del pastore Martin Niemöller, “Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare”.

Tratta dal romanzo distopico "Il racconto dell'ancella" del 1985 dell'autrice femminista Margaret Atwood, “The Handmaid's Tale” (già adattato per il grande schermo nel 1990) è una delle serie più necessarie e al passo con i nostri (brutti) tempi, vi possa capitare di vedere, mettete in preventivo qualche momento di sana angoscia, ma non perdetela, perché oltre a farci riflettere sui tempi che stiamo vivendo, è davvero una grande serie, non è obbligatorio essere femministi, o possedere un utero (anche se immagino che per il pubblico femminile sia doppiamente sconvolgente) per patteggiare con le protagoniste, penso che basti essere umani.


"Tieni quel paralume giù, che qui fuori è un mondo brutto".
In un futuro che potrebbe essere mercoledì prossimo, gli Stati Uniti d’America sono soltanto un ricordo, rifondati nella nuova società di Gilead, un regime basato sui valori tradizionali ed ultra cattolici della società, in cui per fare fronte al problema delle nascite zero, le poche donne ancora fertili hanno l’enorme onore (si fa per dire…) di vestire il rosso, colore della fertilità, diventando le ancelle dei ricchi comandanti in capo, il loro compito è quello di mantenere un profilo bassissimo e di ripopolare il pianeta attraverso stupri organizzati, ehm pardon volevo dire, attraverso una gloriosa cerimonia di fertilità.

L’ancella in questione interpretata da una brava e azzeccatissima Elisabeth Moss, nel giro di pochissimo tempo e una manciata di flashback che ci aggiornano sul suo triste destino e il lento degrado della società, passa dall’essere una donna con un lavoro, un marito e una figlia, a non poter nemmeno utilizzare il suo nome, ma soltanto l’appellativo Difred (Offred nella versione originale) che riassume la sua nuova condizione, una proprietà di Fred, inteso come il Comandante Fred Waterford (un azzeccato Joseph Fiennes, visto che ti viene voglia di prenderlo a sberle anche più del solito).


Se tuo fratello Ralph da piccolo ti picchiava faceva solo bene.
Alle donne di Gilead è vietato leggere e per un'interpretazione tutta personale di un passaggio della Bibbia sono costrette a mettere al mondo i figli dei comandanti, senza tenere conto dei loro sentimenti o del loro orientamento sessuale, come nel caso di Diglen, interpretata dagli occhi sgranati di Alexis Bledel che io ricordo per una particina di quattro secondo in “Sin City” (2005), ma mi dicono essere famosa per “Una mamma per amica”, di cui non ho visto nemmeno mezzo episodio, quindi mi fido.

"Niente donne, tranne per chi ha moglie ovviamente" , "Un paese libero" (Cit.)
Molto ben fatta dal punto di vista visivo (tra i vari registi, spunta anche la solita Floria Sigismondi, ormai specializzata in serie tv), la serie ideata da Bruce Miller ti concede l’opportunità di calarti da spettatore in un mondo dove il male ha vinto, dove la libertà personale è stata sacrificata sull’altare del terrore, un nuovo ordine mondiale dalle idee medioevali, in cui la misoginia e l’odio per l’omosessualità sono la norma. In questo senso, il personaggio di Moira (la Poussey di Orange is the new black) incarna alla perfezione cosa può voler dire vivere in quello che a tutti gli effetti è il peggiore dei mondi possibili.


Orange Red is the new black.
Come il titolo mette bene in chiaro, la storia è raccontata quasi totalmente dal punto di vista dei personaggi femminili, anche se l’episodio sette, ci racconta parte del destino del marito della protagonista. Bisogna dire che non tutti i passaggi sono perfettamente spiegati, ad esempio, non è completamente chiaro quale sia il ruolo degli uomini all’interno di questa società (potranno mica fare tutti gli autisti come il personaggio di Max Minghella, no?), ma è una questione che non fa perdere un grammo della forza della serie, proseguendo negli episodi è impossibile non fare il tifo per le ancelle che qui subiscono ogni genere di maltrattamento.

Molto complicato anche il ruolo della moglie del comandante Waterford, di fatto Serena Joy visto il suo ruolo dovrebbe vivere in una condizione migliore rispetto a Difred, ma di fatto anche lei è vittima dei comportamenti del marito e forse un carnefice anche peggiore, in ogni caso, anche Yvonne Strahovski (salute!) è davvero azzeccata nel ruolo.


Un coraggioso nuovo mondo.
Uno degli episodi più riusciti è sicuramente il quarto, la scritta che Difred utilizza come motivazione, lasciata sulla parete dalla presedente “inquilina” della sua cella, mi ha fatto pensare ad una trovata molto simile di quel capolavoro che è “V for Vendetta” di Alan Moore e David Lloyd (del film non voglio sentir parlare, è una riduzione per bambini), pubblicato per la prima volta tra il 1982 e il 1985, stesso anno di pubblicazione del romanzo di Margaret Atwood, non sarebbe male capire chi ha omaggiato chi, in ogni caso, la scena nella serie tv è uno dei momenti migliori in assoluto.

Davvero azzeccata la scelta di selezionare famose canzoni, per sottolineare alcuni passaggi, qualcuno anche piuttosto crudo, un ottimo esempio di musica fuori contesto che non fa altro che rimarcare ancora di più la volontà di Difred di ribellarsi, “Feeling Good” di Nina Simone è davvero perfetta per quel passaggio della stagione, ma ho apprezzato particolarmente l’uso satirico di “American girl” di Tom Petty.


Take it easy baby / Make it last all night / She was an American girl.
La musica è parte di quella cultura che alle ancelle viene negata, in uno di quei passaggi della stagione che gridano fortissimo METAFORONE (l’altro? Le donne dell’ufficio che vengono “invitate” a lasciare il posto di lavoro, per via delle nuove decisioni del governo) e che ti costringono a riflettere sui tempi moderni, a distanza di pochissime settimane dalla messa in onda di American Gods, abbiamo un’altra serie americana che riflette sui tempi moderni, dal punto di vista delle minoranze, dalle mie parti due indizi tendono a fare una prova.

L’uomo produce il male come le api il miele, qui sono un gruppo di donne a rialzare la testa, ma indipendentemente dal vostro sesso, “The Handmaid's Tale” è il tipo di storia che piace a me, quella su di un personaggio che non ha intenzione di chinare il capo e lasciarsi spezzare, per dirla come direbbe Difred: «Nolite te bastardes carborundorum, bitches».

20 commenti:

  1. La sto guardando anche io e sono al terzo episodio. Per quanto spaventosa nei contenuti e interessante a livello tecnico non mi ha ancora convinto del tutto...

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    1. Dagli tempo perché sale tantissimo, almeno per me è stato così, all’inizio ho fatto i tuoi stessi ragionamenti, una volta superate le mazzate emotive, sono arrivato alla fine con una discreta fotta. Aspetto il tuo parare a fine visione. Cheers!

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    1. Metti in preventivo un paio di momenti di sana angoscia, ma guardala perché merita. Mi stava venendo pure la malsana idea di recuperare la versione degli anni ’90, così per curiosità. Cheers

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  3. Crepascola adorava Gilmore Girls. Io credo che ai criminali irriducibili sia lecito infliggere l'assunzione della intera serie di una mamma per amica. Non che sia tutto da buttare. Lauren Graham e Alexis Bledel potrebbero essere Ippolita e Diana in un film del mio amico ed ex allievo Dave Cronenberg. Madre e figlia , ma anche gemelle nate in due momenti diversi grazie alla follia di Ares che innesca una cronotrappola per portare il suo messaggio nel tempo dell'uomo. Alexis è l'ordigno e Lauren l'innesco. Melissa McCarthy è Etta Candy, ma anche una risposta inconscia del dio della guerra che in cuor suo teme l'armageddon come chiunque altro. Se non ci sono bimbi per giocare ai soldatini il tempo al parco fino al crepuscolo non passa mai.

    Non ci crederai , ma ho trovato citato il reverendo Martin Niemöller persino in una dida di una storia del 2099 della Marvel ( forse The Punisher di Mills/Wagner e Tom Morgan/ Implume Palmiotti ndr ). Senza contare i miei anni prima della rete in cui ho letto altre attribuzioni ( Martin Luther King per esempio ). Tante zucche tante sentenza, ma ho sempre trovato Martin Niemöller fastidioso come un festival di schiaffi tra i Fiennes bros. Mi pare che il tizio alla fine sia indispettito perchè nessuno può correre ad aiutarlo. Poco evangelico. Io sono agnostico, ma credo nella fratellanza universale e semmai mi imbattessi in Ralph che gonfia le guance di Joseph, cercherei di dividerli. Dopo un poco.

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    1. Mi sono immaginato la tua versione di Ippolita e Diana, e sai che pagherei per vedere il film finito? Sono certo sarebbe meglio del “Wonder Woman” che abbiamo visto davvero, per altro Melissa McCarthy nei panni di Etta Candy è una gran idea, hai un futuro come direttore del cast. Per fortuna alla mia wing-woman piacciono solo le robe con i gangster e i serial killer, e qui ci starebbe una citazione di una frase di Han Solo

      Confesso, la prima volta che ho letto la frase del reverendo Martin Niemöller era nella didascalia di apertura proprio di quel numero di “Punisher 2099” (storia vera), applicata al follissimo nemico di turno di Jake Gallows, una volta letta lì sopra, sono andando a cercare da dove proveniva, e poi dicono che leggendo fumetti non si impara niente.

      Ne apprezzo il senso apocalittico di, “…se non agisci prima o poi ti toccherà pure a te”, ma questo contesto è talmente estremo che il più delle volte (come e da chi viene usato) urtica anche me, non è un caso se nel fumetto era associata ad uno che aveva perso un po’ il boccino no? Concordo, si interviene sì, ma con calma, lasciamo sfogare Ralph prima. Cheers

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  4. Non ho ancora trovato il coraggio di vederla lo ammetto...

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    1. Non è violento come resa visiva, è violento nei contenuti. Guardi la scena realizzata in maniera volutamente fredda e pensi “Ok”, poi un secondo dopo la testa va in fiamme per quello che hai appena visto. Il finale va in crescendo, merita la visione perché è una gran serie, ma prima è un viaggetto nel peggiore dei mondi possibili. Cheers

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  5. Sono contento che Poussey sia tornata in video. Sicuramente una serie che mi vorrei vedere, se riuscirò ad incastrarla da qualche parte :-P (magari di notte...)

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    1. Sono dieci episodi da circa 50 minuti l’uno, inizia piano e finisce forte, ti giuro che me la sono bevuta con una facilità irrisoria, malgrado i temi non siano dei più leggeri.
      Non so quanti altri ruoli da ragazza omosessuale potrà trovare la nostra Poussey, ma finché li recita tutti così, in serie di questa qualità io mi auguro davvero tanti! ;-) Cheers

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  6. Da applausi la scelta di American Girl!

    La serie è ottima e mette addosso una notevole inquietudine. Le uniche perplessità a questo punto vanno alle stagioni successive, che avranno vita dura per restare a questi livelli.

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    1. Assolutamente sì, e non solo perché se mi metti Tom Petty con me vinci sempre facile ;-)
      Avevo lo stesso dubbio, ma mi sono informato, la prima stagione copre circa metà del libro, quindi almeno per la seconda dovremmo evitare l’effetto Game of Thrones. Cheers

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    2. Tom Petty è stato anche Mad Hatter nel video Don't Come Around Here No More. Ora che ci penso Tom sembra uno dei cattivi disegnati da Tom - maquantomipiacewaltersimonsonoralasmettoconromitasr - Morgan al tempo del Punisher 2099.

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    3. Visto che sono in vena di confessioni dopo quella sul reverendo Martin Niemöller, ti dirò che il costosissimo video di “Don't come around here no more”, lo considero un capolavoro. Quando quel, diciamo fessacchiotto via, di Tim Burton, nelle tante interviste prima del suo “Alice in Wondercoso” ha dichiarato di non essere interessato alla storia originale di Lewis Carroll, ma della cultura pop da esso generato, ho sperato di trovarmi di fronte una roba a metà tra “White Rabbit” e il video di Tom Petty.

      Non credo serva ricordare come è andata a finire, quindi “Don't come around here no more” è ancora il miglior adattamento di Carroll mai messo su pellicola.

      I cattivi di Tom Morgan erano uno spettacolo, non so più quanti Punisher ho disegnano ispirandomi a quelle tavole ;-) Cheers

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  7. Ma ma ma... io ero pronta a sbellicarmi col riassuntone di GOT e tu che fai? Mi punti dritto dritto al cuore?

    Contrariamente alle aspettative, questa serie mi ha conquistata senza se e senza ma. Purtroppo non ho letto V for Vendetta e neanche Il racconto dell'ancella, anche se il secondo spero di recuperarlo per "farmi male" in modo diverso dalla serie.

    La faccenda del conto corrente? Miodio, ho i brividi ancora adesso.

    Grande articolo, come sempre.

    (P.S.: Gilmore Girl non fa schifo come vogliono farti credere. È tutto un gomblotto di Big Pharma. In realtà era piuttosto puccioso e brillante, revival escluso).

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    1. “Al cuore Ramòn!” (Cit.) Alla panza, con le risate (spero) ci pensiamo domani ;-)

      Siamo in due allora, questo è il tipo di storia che mi prende a tutto, cuore, fegato, milza. Il personaggio solo che avrebbe tutte le ragioni per farsi spezzare ma si rifiuta di mollare, Difred mi ha conquistato. Voglio leggere il romanzo anche io ora. “V for Vendetta” ti piacerebbe, il paragone mi è venuto in automatico, specialmente per una pagina fatidica.

      Ci sono parecchie scene da brividi, ecco quella del conto corrente è una di quelle. Ti ringrazio molto gentilissima. Cheers!

      P.S. So che è molto famoso e amato, e ho sentito parlare del revival con i toni entusiastici che di solito sento solo per “Episodio I - La minaccia fantasma”.

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  8. Il romanzo funziona ancora meglio perché ti sbatte in faccia il tutto in poche righe senza spiegoni di sorta ed è talmente subdolo che agghiaccia ancora di più.
    Nel telefilm la trama è un po' più diluita quantunque molto solida e comunque funzionale.
    Le scene guardate e non solo immaginate disturbano, ma non quanto quando le vedi nella tua testa.

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    1. Mi stai liquidando il tutto con il classico "Il libro è meglio"? ;-)
      Scherzi a parte, grazie per la precisazione, sarà una banalità (lo è) ma mia di letture tutto risulta amplificato, sarà che è vuota e tutto rimbomba.
      Sono curioso di leggerlo, sotto forma di diario scritto di nascosto, sicuramente non può che funzionare meglio. Cheers!

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  9. Il romanzo è in rampa di lancio, la serie è una delle mie preferite del 2017... che faccio, recupero anche lo sconosciutissimo film? :)

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    1. Sulla serie siamo allineati, il libro ti farò sapere, ma sai che ero quasi tentato di vedermelo pure io il film, quasi quasi, mentre aspetto che il corriere con il libro ;-) Cheers

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