venerdì 22 settembre 2017

Fiore di carne (1973): Cinema dei Paesi Bassi (in tutti i sensi)


Cavalcando l’andamento della filmografia del mio secondo Canadese preferito, questa Bara Volante si è ritrovata a viaggiare a latitudini ed altezze diverse da quelle solitamente percorse, la rubrica su Cronenberg che è stata molto apprezzata (grazie infinite!) ha portato qui sopra anche film più autoriali della media dei titoli pane e salame che tratto di solito.
Proprio per questa ragione, mi sono ritrovato a pensare ad un altro regista il cui cinema ha caratteristiche per certi versi paragonabili a quello di Cronenberg, ma la sua filmografia ha avuto un percorso opposto a quella del Canadese, ovvero iniziata con film d’autore meno noti per terminare con grossi titoloni finanziati dagli americani.

Insomma, se guardandovi intorno vi sembra di vedere la terra dove di solito dovrebbe stare il cielo è perché questa Bara volando si trova nell’apice di un giro della morte eseguito su se stessa, per imboccare nuovamente la pista di atterraggio, uscire da questa complicata metafora aerea in cui mi sono infilato e completare idealmente il percorso iniziato con il Canadese, per qualche mese mettiamo via la bandiera con la foglia d’acero e issiamo quella Olandese.

La tradizione della seconda metà dell’anno della Bara, è quella di rendere omaggio ad un regista molto amato, ma forse meno celebrato del solito, l’anno scorso è stato John Mctiernan (altro giro di inchini per il vostro apprezzamento), mentre quest’anno ho pensato di optare per Paul Verhoeven.


"Cassidy ma che ti ho fatto di male?".
Complice anche il compleanno di un paio dei suoi film più grossi, Verhoeven mi è sembrata la scelta ideale, anche perchè mi sono reso conto di aver amato moltissimi dei suoi film, di conoscere molto bene la seconda parte della sua carriera, ma della prima? Mistero totale, riuscirò a scrivere di un regista di cui conosco metà della filmografia? Lo scopriremo insieme, oppure mi vedrete schiantae tentando di completare il giro della morte, nel caso è stato un piacere suonare con voi.

Anche perché sono convinto che la curiosità sia una delle armi a disposizione di un appassionato di cinema, mi sono sempre ripromesso di recuperare i film mancanti di Verhoeven e questa mi pare un'ottima occasione, anche perché l’Olandese è molto amato e sono certo di non essere l’unico a non aver visto tutti i suoi film, quindi penso che potrebbe interessare a molti lettori, per questo oggi iniziamo: benvenuti! Avrei potuto sollevare un polverone, invece ho preferito… Sollevare un Paul Verhoeven!



Paul Verhoeven, classe 1938, probabilmente il più famoso ed influente cineasta mai sfornato dai Paesi Bassi, uno che fin dagli esordi ha sempre fatto del cinema che parla proprio dei Paesi Bassi, intesi come nazione, ma anche come parte del corpo umano da cui nascono gli istinti, sesso e violenza gli attrezzi principali con cui produrre arte, armato di umorismo, satira politica e sociale e una libertà sessuale considerata perfettamente normale in Olanda e vista come fumo negli occhi dai bacchettoni del resto di questo gnocco minerale su cui abitiamo. Cosa ci volete fare? A me i registi piacciono estremamente riconoscibili, dotati di carisma e soprattutto controversi, direi che il buon Paul risponde perfettamente all’identikit.

Dopo una gavetta con i cortometraggi, Verhoeven esordisce al cinema con alcuni film non proprio semplici da scovare come “Wat zien ik!?” (1973) che da noi con perfetta traduzione anni ’70 diventa “Gli strani amori di quelle signore”, una commedia su due prostitute di Amsterdam che non ho visto causa problemi di reperibilità del film, ma che apre la via a Verhoeven verso il cinema e inizia la sua collaborazione con il direttore della fotografia Jan de Bont, anche lui in seguito approdato negli Stati Uniti sia come regista che come direttore della fotografia di un paio di titoli che mica da ridere (Trappola di cristallo e Caccia ad Ottobre Rosso, scusate se è poco).

Ma è nel 1975 che il nome di Paul Verhoeven finisce definitivamente sulla mappa geografica, accade con una storia, forse la più semplice e replicata non nella storia del cinema, ma dell’umanità, una storia che si potrebbe riassumere come: un ragazzo incontra una ragazza.


Eccoli qui, lo jongen e la meisje protagonisti di questa storia.
Come fai a dare carattere alla storia più trita e ritrita del mondo? Basta lasciar fare a Paul, che essendo sempre stato di suo un timido la tocca piano, decide di adattare per il grande schermo “Olga la rossa” (Turks fruit, 1969) caposaldo della letteratura olandese del '900 scritto dallo scrittore, scultore e pittore Olandese Jan Wolkers ed ispirato al suo tormentato matrimonio.

Un romanzo che alla sua uscita fece scandalo per via dei dialoghi espliciti, l’alto contenuto di scene di sesso e un modo di trattare la malattia spiccio e diretto. Il libro di Wolkers è talmente un'istituzione olandese che viene fatto leggere nella scuole ed ora vi lascio il tempo per riflettere: LORO la storia dello scultore hippy e della bella rossa che si amano in tutti i modi possibili, si sposano e poi si amano ancora un po’, NOI Renzo e Lucia, la peste, Don Abbondio, un matrimonio che “Non s'ha da fare”, ma che soprattutto non si consuma mai. Poi chiedetevi perché LORO hanno quel tipo di libertà sessuale e NOI siamo dei bacchettoni moralisti.


Questo supera l'ardire anche degli stuntman Indonesiani di "The Raid".
Verhoeven rispetta in pieno il contenuto del libro, non tira via la mano sulle scene di sesso, anzi non tira via la mano su niente, il risultato è un successo di pubblico esagerato in patria, pare che nel 1975 il 27% della popolazione olandese aveva visto questo film in sala, praticamente il sogno bagnato della distribuzione, consacrato dalla nomination all’Oscar come miglior film straniero lo stesso anno.

Il titolo originale di libro e film, “Turks fruit” si riferisce a quei dolcetti Turchi, che sicuramente hanno un nome, ma che tanto non saprò mai pronunciare (figuriamo scriverli), magari li avete visti in giro, sono dei quadratini gommosi ricoperti di zucchero a velo, i gusti variano dal pistacchio al limone, una bomba atomica per le papille gustative come solo la pasticceria Turca sa essere, noi Italiani ci facciamo perdonare qualche lacuna con pizza e spaghetti, loro lo fanno con i dolci.


Ecco questi cosi qui, se qualcuno sa come si chiamano me lo dica, mi fareste un piacere!
Dolcetti dal gusto forte che nel doppiaggio italiano del film diventano “Canditi”, mentre dal titolo spariscono proprio in favore di un misterioso “Fiore di carne”, oddio nemmeno troppo misterioso, penso sia chiaro a quale “Fiore” ci si riferisca, che con il film in sé c'entra il giusto, sembra più un'invenzione pruriginosa degli italici titolisti per cavalcare le scene di sesso del film. Tranquilli, non sarà l’unico ritocco italiano ai titoli di Verhoeven, ma vi ricordo loro i libertini Olga ed Erik noi Renzo e Lucia sposini timidini.

Come avrete intuito dall’inizio (e dal resto della sua filmografia), quando distribuivano la timidezza Verhoeven è rimasto a letto (probabilmente non a dormire), quindi per un libro così amato e il suo primo film davvero in vista cosa fa? Prende due totali esordienti per il ruolo dei protagonisti, dimostrando fin da allora uno dei suoi più sottovalutati talenti come regista: quello di azzeccare non solo le facce giuste, ma di saper far splendere sul grande schermo gli attori, lanciando anche un paio di carriere notevoli.

I due esordienti in questione sono l’allora 21enne Monique van de Ven, semplicemente perfetta per la parte di Olga, mentre per quella di Erik, viene scelto un ragazzotto biondo di 29 anni di nome Rutger Hauer, penso che abbiamo già sentito questo nome da qualche parte, mi dicono abbia faccio un paio di cose interessanti in carriera.


I absolutely love you, but we're absolute beginners (Cit.)
Cosa dico sempre? Che i primi cinque minuti del film sono quelli che ne determinano tutto l’andamento, quelli di “Fiore di Carne” sono MICIDIALI. Pronti via Rutger spara ad una bella rossa (che spreco) e a quello che sembra essere il suo amante, non è chiaro se si tratta di un sogno o qualcosa che è successo davvero, sta di fatto che gira nudo per casa, ha altri strambi pensieri omicidi poi si masturba sulla foto della rossa Olga di cui sopra (Monique van de Ven) mosso da parti uguali di libido e disperazione per aver perso la donna della sua vita. Tutto questo e siamo solo al terzo minuto del film!

Sì, perché Erik è uno sculture molto, qualcuno direbbe bohémien, che per qualche misteriosa ragione ha perso la sua Olga, però ha un modo tutto suo di disperarsi, giacca di pelle, pantazampa anni ’70 e una zazzera bionda che lo fa sembrare l’Hansel di “Zoolander” scende in strada e rimorchia una mezza orientale, poi non pago s'infila in auto di una sconosciuta e poi insieme dritti a letto. Il nostro Erik non ne lascia indietro una, nemmeno la mammina con il bimbo nel passeggino ed è meglio non vi dica come fanno a far “Dondolare” la culla del piccolo.


Rutger se la comanda impegnato a spassarsela.
Tra peli pubici tagliati e collezionati in un grosso album dei ricordi e metaforiche banane affettate, il nostro Erik non è certo un timidone, ma nemmeno Paul Verhoeven! Per altro, pare che il film fosse ancora a ricerca di finanziatori quando il regista aveva già iniziato a girare, per trovarne qualcuno Verhoeven li invitò sul set per vedere tutti al lavoro, sfiga! I “Paperoni” arrivano proprio mentre Rutger sta girando la scena in cui, per lasciare un ricordo di sé ad una delle sue amichette, con carta e penna disegna la sagoma del suo… Vabbè avete capito, su un foglio. Non riesco a non immaginarmi Verhoeven con la calma di un qualsiasi giorno di lavoro che dice: «Quello invece è il nostro attore protagonista, impegnato a disegnare il suo popparuolo su un foglio, ah è un talento, farà strada, credetemi!».

Un ragazzo destinato a vedere cose che noi umani... Il resto la sapete.
Verhoeven attraverso il personaggio di Erik ci mostra l’uomo bestiale mosso dai suoi istinti che sarà un po’ il tratto comune di molti dei suoi protagonisti, ma il biondo è anche l’occasione per piazzare stoccate alla società borghese. Sì, perché Erik è totalmente disallineato, il suo comportamento è sincero e senza filtro, ma anche incompatibile con una società che preferisce edulcorate bugie a schiette verità, in questo senso la scena in cui Erik deve scolpire su commissione la resurrezione di Lazzaro è significativa, il biondo riempie il corpo di vermi, perché è logico che dopo tre giorni passati da cadavere sia ricoperto di vermi, no? Semplice logica che, però, non viene apprezzata.

Allo stesso modo Paul Verhoeven usa la sua di arte, il cinema, per scuotere le coscienze dei ben pensanti, “Fiore di carne” inizia fortissimo e per la prima metà ha un ritmo davvero invidiabile, ma entra davvero nel vivo quando in scena arriva Olga. La ragazza da un passaggio ad Erik (dare un passaggio a Rutger Hauer? Bruttissima idea!!) e nel tempo tecnico di trovare la prima piazzola i due finiscono sui sedili posteriori, con Verhoeven che conclude la scena mostrandoci il getto di acqua schiumata sparato sul parabrezza dell’auto, aggiungete pure sotto la voce “Velate metafore”.


Questo potrebbe essere l'inizio di un horror (o di un porno).
Peccato che poi Erik dopo aver finito rivestendosi in fretta faccia l’errore letale, quello davvero temuto da tutti noi maschietti, ovvero tirare su fortissimo la zip dei jeans e… Se siete possessore di cromosoma Y (e non solo di quello) in questo momento avete le mani sull’inguine, lo so sono dolori.
Lo spasso è che la povera Olga deve andare in giro a cercare una pinza per liberare la parte più preziosa del corpo del suo nuovo amato.


"Fammi dare un'occhiata come va li sotto" , "Lascia stare cara, sono in un momento difficile".
Verhoeven non lascia indietro niente, ci mostra le pinze restituite sporche di sangue, mentre il rapporto tra i due innamorati prosegue ed entra in scena l’odiosa mamma di Olga, “Fiore di carne” diventa un tripudio di scene estremamente fisiche e visive. La suocerina porta il barboncino a spasso, Verhoeven ci mostra la bestiola mentre fa la cacca, Olga ed Erik vanno a vivere insieme? Il buon Paul ci mostra i loro dialoghi da innamorati con lei seduta sul cesso impegnata a fare, beh quella grossa.

Per Verhoeven è chiaro che come umani possiamo essere pieni di vita e molto presi da noi stessi, ma spesso anche un po’ ridicoli (Erik e il dramma della zip), per il regista Olandese la classica storia d’amore “Un ragazzo incontra una ragazza”, quello che di fatto è una struttura ultra classica fatta di due che si incontrano, si amano, si sposano, si lasciano e poi si ritrovano, passa per forza da tutta un serie di istinti umani estremamente visivi e carnali. Perché quando sei innamorato di una persona, quella persona le desideri in ogni modo, ci vuoi fare insieme le cosacce e poi appena hai finito lo vuoi rifare di nuovo, perché l’amore non è quel sentimento casto, caramelloso e pettinato che troppo spesso al cinema vediamo (anche perché censura e perbenismo quello ci concedono), ma è una forza propulsiva che parte dai paesi bassi (del corpo) e ti sconvolge, ci voleva uno che dai Paesi Bassi ci veniva davvero per ricordarcelo.


"Che ne dici di coprirti un po' cara, stanno per vederci il 27% degli Olandesi".
L’amore tra Olga ed Erik è gioioso e pieno di vita, i due ragazzi si desiderano e Verhoeven si diverte ad scagliare la loro adolescenziale voglia di vivere (e scarso controllo sugli ormoni) contro i moralismi della società olandese, la scena dell’inaugurazione della statua scolpita da Erik di fronte alla regina, con Olga e il suo vestito che le copre a mala pena il seno sembra più vicina alle nostre commedie scollacciate o ai film di Tinto Brass, ma centra in pieno il bersaglio urlando forte il suo messaggio.

Monique Van de Ven è davvero perfetta, non credo di averla mia vista in nessun altro film, qui risulta sensuale senza essere la vostra classica bellezza cinematografica, Verhoeven che l’ha voluta a tutti i costi per il ruolo, è anche bravissimo a trasformarla in un personaggio realistico anche nei suoi cambi di umore. In questo senso, la scena della litigata e del successivo vino sorseggiato sotto una pioggia torrenziale dai due innamorati è bellissima, uno schiaffo alle scene romantiche insipide che popolano il cinema.


Rutger Hauer lo specialista delle scene memorabili sotto la pioggia.
Mentre Rutger Hauer fin da questo suo esordio già dimostra la propensione ad affrontare in modo fisico il cinema e i suoi personaggi come ha sempre fatto per tutta la sua carriera, non importa se parliamo di ruoli d’azione o delle scene di sesso che vedono impegnato Erik, insomma il grande Rutger è sempre una garanzia.

Nella seconda parte “Turks fruit” prosegue l’inevitabile struttura di una storia stravista come “Un ragazzo incontra una ragazza”: si litiga, ci si scontra con il resto della famiglia, ci si lascia, con la barra del film virata verso il più classico dei melodrammi, ma sempre con la volontà di provocare lo spettatore e criticare la società, tipica di Paul Verhoeven, quindi mettete in conto gente che vomita e collassa in bagno, litigate farcite di insulti e scene di sesso che sembrano più vicine a delle mezze violenze sessuali, se tenete a mente anche il barboncino e le pinze di cui sopra, è chiaro che “Fiore di carne” non è “Love Story”, ma con il suo approccio sanguigno (in tutti i sensi). Però, è il "Love Story" perfetto per la Bara Volante, siamo piuttosto pane a salame da queste parti.


Fun fact: Non avendo a disposizione un coletello delle "SS" per rifare la scena del libro, Verhoeven ha portato tutti in spiaggia per improvvisare questa scena.
Nel finale il tono diventa diverso, Verhoeven è bravissimo a farci capire che i personaggi sono cambiati, cresciuti, ma comunque si cercano ancora, il regista olandese è bravissimo a non tirare il finale di questo melodramma troppo per le lunghe perché non è certo uno interessato a fare il cinema dei lacrimoni, al massimo agrodolce, con punte dolcissimi, come i dolcetti turchi di cui non conosco il nome, che nel finale hanno proprio il ruolo di portare il dolce di una scena amara.

Risultato finale? “Fiore di carne” mi è piaciuto oltre le mie aspettative, fin dal suo primo grande successo Paul Verhoeven ha dimostrato un estrema coerenza nei contenuti del suo cinema e il piglio giusto, se tutti gli altri film della prima parte della carriera dell’Olandese somigliano a questo... Beh, era ora che mi decidessi di recuperarli! Restate da queste parti, ne arriveranno altri.

20 commenti:

  1. I dolci turchi sono i LOKUM. Bomba zuccherina assoluta che ti fa uscire il diabete in tempo zero. Famosissimi sia questi che i BAKLAVA ma entrambi, per la loro estrema dolcezza, non mi piacciono per nulla.
    Adesso continuo la lettura del post...

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    1. Eccoli! Lokum! Sono proprio quelli, ma perché me lo sai dire tu e non i Turchi che conosco a cui ho chiesto? Misteri ottomani, comunque grazie per avermi risolto il mistero dolciario ;-) Cheers

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    2. Boh! Sarà perché la mia compagna ne è ghiotta (anche se preferisce i Loukoumandes greci) e in ogni occasione utile ne fa scorta visto che si trasportano facilmente. A me cascano i denti solo a nominarli!

      Dopo la parentesi sui dolci, torniamo al film. Aspettavo questa rubrica da quando hai lanciato l'idea in chiusura di Cronenberg. Ho avuto il tempo di studiare e ripassare un po' anche se anch'io, come un buon 90% delle persone, conosco Verhoeven solo per la parte hollywoodiana della carriera (da Robocop tanto per capirci) e ignoro tutti i suoi film precedenti tranne questo. "Fiore di Carne" l'ho visto diverse volte, la prima ai tempi delle superiori (metà anni '90) perché un compagno di classe ce l'aveva in casa in una collana in VHS di film soft-erotici che comprendeva un po' di tutto (si passava da "La Chiave" a "Occhi di Serpente" fino a "Tokyo Decadence"...). Vabbè, inutile dire che della trama e delle relazioni ce ne fregava zero. Ci bastava un po' di sesso e un po' di tette ed eravamo felici.
      L'ho riscoperto e rivisto l'ultima volta dopo "Vita di Adele" perché parlando con un amico di quanto fosse "speciale e rivoluzionario" il film di Kechiche ci siamo trovati d'accordo sul fatto che il tunisino non ha inventato un c@zzo! Verhoeven ci era arrivato 40 anni prima con un film praticamente dimenticato dai più. Portare la vita vera di una coppia qualsiasi, magari un po' più naif e libertina del normale, ma che fanno le cose di tutti i giorni con alti e bassi, sbalzi umorali e vita quotidiana (anche fare la cacca!) è un po' il segreto di pulcinella. Ma farlo negli anni '70 prendendo la vita di una coppia qualsiasi è stato come tirare un cazzotto allo stomaco agli spettatori che si sono ritrovati a vedere su schermo quello che tutti noi facciamo, proviamo e viviamo tutti i giorni. Certo, la vita in Olanda è sempre stata diversa da qualla in Italia sopratutto se si parla di sesso e libertà sessuale in genere (ricordo, come esmpio semplice semplice che l'Olanda ai mondiali di calcio del 1974 ha fatto "scandalo" perché si portava le mogli e le fidanzate in ritiro! L'Italia ci è arrivata solo ai mondiali del Brasile del 2014... Giusto per capirci), ma le relazioni e i sentimenti sono perfettamente uguali visto che ci si ama,si litiga, ci si lascia, ci si sposa e la suocera rompe le palle sia qua che là! E non è detto che si sia il lieto fine... Non è mica un film questo! E' la vita vera ed è bravo Verhoeven a mostrarcelo a modo suo prima di tutti e con una semplicità disarmante.
      Si vedono già i primi semi delle tematiche che segneranno la carriera dell'olandese. Mostrare le cose quotidiane, il sangue, le ferite, il dolore ma anche la gioia e il sesso in primis. A poco a poco si aggiungeranno l'ironia crescente, la presa in giro e il voler spostare un po' più in là il limite del pudore e dello scandalo come i veri artisti sanno fare.

      Bravo Cassidy! Scelta giusta. Come già ti dissi mesi fa, attendo con ansia la doppietta del 1992 e 1995.

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    3. La capisco, per altro in questo periodo mi sono capitati per le mani la loro versione Greca, molto ghiotti ;-)

      Ad inizio 2017 ero indeciso tra Cronenberg e Romero, ho lanciato una moneta (storia vera) ha vinto il Canadese, poi purtroppo la (brutta) realtà ha fatto tornare alla ribalta nel modo peggiore possibile Romero, lo ammetto candidamente non mi sento ancora pronto a scrivere di Romero devo far “raffreddare” la brutta notizia, quindi è rimandato ad inizio 2018, per fortuna nel frattempo alla mi porta si è presentato l’Olandese.

      Dopo i primi tre minuti di “Fiore di carne” ho pensato: «Ma come ca@@o la commento io questa roba!?» a fine film ho capito che invece Paul è fatto dal sarto per questo anno e questa pagine, non avevo mai visto il film ma mi è piaciuto moltissimo, anche per Monique van de Ven davvero splendida in tutti i sensi.

      Il bello è che potrebbe sembrare un semplice film pruriginoso con una protagonista allergica ai vestiti, in realtà è davvero “La vita di Adele” (ottimo paragone) uscito 40 anni prima ma con la gioia di vivere e la voglia di provocare al posto di un tono autoriale generale, lo dico apprezzando comunque molto il cinema di Kechiche, non è una critica anzi.

      Verhoeven è totalmente privo di moralismi, si diverte a provocare i perbenisti e già da questo film è chiaro il suo costante impegno nel spostare sempre un po’ più in là il limite del descrivibile al cinema, non ho idea cosa mi aspetta nella prima metà della sua filmografia, ma nemmeno come scriverò qualcosa di sensato sulla doppietta 1992/1995 (Bravo, avevi indovinato il regista “misterioso”) ma se tutti i film sono come questo, sarò il primo a divertirmi e spero gli sfortunati che capiteranno qui sopra insieme a me ;-) Cheers

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    4. Ultima cosa che mi sono dimenticato di chiederti leggendo il post: la scena della zip chiusa dolorosamente, il look di Hansel che richiama quello di Hauer,... Sono casuali o i film di Stiller citano/omaggiano Verhoeven?

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    5. Era la zip oppure lo “smutandamento” in Zoolander? Ben comunque un male cane in entrambi i casi ;-) Ho paragonato Hauer ad Hansel perché è quello che ho pensato quando l’ho visto con quel look (sono cretino, lo so) mi verrebbe da pensare che sia un caso, ma da quando ho letto che “Zoolander” è tipo il film preferito di Terrence Malick (!) che ne cita a memoria a tutti i dialoghi ad ogni occasione utile (storia vera) ormai mi aspetto qualunque cosa! :-D Cheers

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    6. La zip era n "Tutti Pazzi per Mary" (salsiccia e fagioli), lo smutandamento in "Zoolander"

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    7. Hai ragione, si vede che ho visto più volte “Zoolander” che il film con Cameron Diaz. In ogni caso è una fissa quella di Ben Stiller! Sudo freddo solo a pensarci ;-) Cheers

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  2. Strepitosa iniziativa e strepitoso primo post: ignoravo completamente tutto quindi hai fatto un servizio cinematograficamente utile ^_^
    Incredibile vedere Hauer in ruoli "attivi", lui che è noto per rimanersene lì a fare gli occhi chiari: credevo fosse "nato" con Blade Runner invece prima era "vivo" :-D
    Seguirò questo ciclo con religiosa attenzione!

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    1. Ti ringrazio moltissimo, ci credi se ti dico che era una vita che volevo esplorare la metà a me sconosciuta della filmografia di Verhoeven? Mi piace così tanto e ignoro il 50% dei suoi film, imperdonabile per la mia curiosità. Quindi davvero spero di fare un servizio utile a chi si trova nella mia stessa condizione ;-)

      Il 2017 mi sta venendo fuori un anno di film carne, sangue, scimmie e… Rutger! Qui vivo e molto vegeto, a fare tutte le cose che Roy Batty non ha mai avuto il tempo di fare ;-) Cheers

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  3. Suuuper post su un film 'cult' che devo ancora assolutamente vedere, assieme a "L'amore e il sangue", opera che ha ispirato uno dei miei manga\anime favoriti, Berserk.

    A me piacciono questi film girati con maestria, cattivi ed eccessivi, come spesso è l'animo umano. Così "70", un pugno nello stomaco per l'occhio dello spettatore.

    Verhoeven però mi ha lasciato in parte perplesso con Robocop, pur riconoscendoli mooolti meriti per quest'opera.

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    1. “L’amore e il sangue” sono anni che vorrei vederlo, anche per via di quel titolo che promette molto ma molto bene. Concordo in pieno, negli anni ’70 era più facile trovare cinema anche di protesta, con una propensione a scuotere il pubblico anche con opere forti, in pratica l’esatto opposto di troppi film contemporanei ;-)

      Sto realizzando che Verhoeven ha fatto un percorso per arrivare ai suoi film americani, dando più spazio alla provocazione verso la società, che comunque non gli è mai mancata fin dagli esordi, ne parleremo, perché ovviamente arriverà (finalmente!) anche il robot poliziotto di Detroit qui sopra, visto che quest’anno compie pure gli anni ;-) Cheers

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    2. L'amore e il sangue: chiedo una bara per lui!
      Gran film, con un sempre grande rutger!

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    3. Assi di legno, martello e chiodi sono al lavoro sulla bara anche per lui, anche perché non ho mai visto quel film, sono anni che vorrei recuperarlo, questa volta è quella buona :-) Cheers

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  4. Hai fatto l'appello e rispondo presente. Io sono uno di quelli che nella sua vita ha fatto il possibile per vedersi tutti i lungometraggi made in Holland di Verhoeven. Grande questo film e grande anche "Spetters". Purtroppo non sono ancora riuscito a vedermi "Keetje Tippel" perché l'ho con i sottotitoli solo in olandese. E guardare solo le figure, un po', francamente, mi scoccia.

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    1. Sei davvero uno dei pochissimi allora, ma mi sto impegnando per raggiungerti, ho visto "Spetters" ed è davvero un film oltre che sconvolgente bellissimo, non vedo l'ora di scriverne. Per "Keetje Tippel" ho fatto una lezione di Olandese, ma forse posso aiutarti ;-) Cheers!

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  5. Quei dolci li vendono al Lidl, però sono più piccoli. Li vengono in scatole blu e li fanno quando ci sono le promozioni per i cibi della cultura islamica.

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    1. Ma sai che li ho visti allora? Grazie per la dritta ;-) Cheers

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  6. Molto bello ed umano sia nel bene che nel male. Sviluppo narrativo gia rodato da molti ma Paul gli inietta un gran senso (senza censure) grazie ad una coppia veramente in alchimia.

    Non esiste quasi più un cinema del genere, almeno non come quello degli anni 70 che era tutto fuorché banale e ritrito nel porsi agli spettatori.

    Questo è un bellissimo film da scoprire tanto per citare due scene: lui che prende con se il gabbiano ferito e poi lo libera al tramonto è qualcosa di speciale senza poi scordarsi la parrucca tritata dai netturbini magnificamente simbolico con anche la ripresa fatta subito prima alla statua quasi come un gesto virtuoso del regista.

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    1. La scena del gabbiano e della parrucca oltre ad essere ottimi simbolismi sono ottime prove di una capacità che sto notando molto spiccata in Verhoeven, quella di abbinare un'immagina da un'altra inquadrandole in rapida successione per comunicare qualcosa al pubblico, bravissimo ad averlo sottolineato. Inoltre la sua totale assenza di moralismo è fantastica, il risultato è una capacità micidiale di mostrare l'umanità nel bene e nel male come a dire ecco i personaggi non il mio punto di vista ;-) Cheers!

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